I continui assalti alla scuola che rispetta le diversità producono l’effetto che gli psicologi definiscono “abituazione allo stimolo”. Così le posizioni repressive e regressive si sentono legittimate
Ogni giorno ci troviamo a registrare azioni e prese di posizione che riguardano il mondo della scuola e la sua inclusività. È importante non sottovalutare queste uscite e interpretarle all’interno di un disegno coerente, che va ben al di là della scuola. Ecco dieci tattiche tossiche contro il rispetto delle differenze, compresa la disabilità, in ambito scolastico che vediamo in azione ormai quotidianamente:
1. Costruire una scuola culturalmente conservatrice e nazionalista: ci sono evidenti corrispondenze tra la visione di scuola dell’ultradestra tedesca di AfD e l’alone culturale che trapela dalle Nuove indicazioni nazionali;
2. Reprimere il dissenso: si veda la denuncia di tale processo da parte del rettore Montanari nel suo ultimo libro e la tentennante “via mediana” dei democratici alla Biden rispetto alle contestazioni in Università;
3. Tagliare finanziamenti, licenziare i fannulloni, sanare gli “sprechi” della spesa pubblica, usare la motosega di Elon Musk, il Doge della spending review Usa;
4. Pluralizzare l’offerta formativa, sostenendo le scuole private a scapito di quelle pubbliche, accarezzando la libertà di scelta delle famiglie, anche garantendo loro una specie di “diritto di gradimento” rispetto al “proprio” insegnante di sostegno;
5. Ridurre le azioni Diversity, equity, inclusion in tutti i contesti perché «a forza di tutelare in modo ossessivo le minoranze si discriminano i normali» e «il politically correct sta diventando eccessivo, non si può più dire niente»;
6. Sostenere senza evidenze empiriche che l’eterogeneità di una scuola inclusiva rallenta l’apprendimento dei compagni di classe, danneggiandoli: così affermano i campioni dell’inclusioscetticismo nostrano, da Galli Della Loggia a Vannacci;
7. Sottovalutare la stanchezza e la delusione dei nostri docenti, che per quasi un 50% si trova a lavorare in situazioni di carente inclusione e che per un 20% sceglierebbe un sistema formativo separato (scuole normali / scuole-classi speciali);
8. Credere che la soluzione alle difficoltà della scuola inclusiva sia un’iniezione di “tecnica” e di specializzazione, ad esempio superspecializzando gli insegnanti di sostegno e blindandoli in una classe di concorso separata;
9. Fare il contrario del punto precedente, dando il pezzo di carta della specializzazione sul sostegno attraverso una sanatoria con percorsi online ridotti, “todos caballeros”;
10. Rappresentare la scuola come una clinica psichiatrica, pullulante di “disturbati/anti” di ogni sorta, frutto della perversa complicità tra medici diagnosticanti e genitori iperprotettivi e truffatori, per creare una scuola della facilità.
Tre conseguenze
Messaggi e azioni di questo tipo possono apparire lontani dalla realtà. Ma ciascuno di loro ha un radicamento di consenso in una parte, non sappiamo quanto grande o piccola, dell’opinione pubblica. In molti casi le “sparate” vengono vissute con stupore e disapprovazione. Ma in fondo, in realtà, si sente che un po' di ragione c’è, che in effetti il tema esiste, magari mal posto, detto male, banalizzato, ma esiste. Questo consenso / accettazione passiva ha tre effetti molto concreti.
Il primo, ovvio, è quello di togliere energia all’attivazione di forme di protesta. Un esempio per tutti: quando il ministero dell’Istruzione decise di istituire forme dimezzate di specializzazione del sostegno, in realtà una specie di sanatoria, le migliaia di corsisti che stavano facendo invece il percorso ordinario, il doppio impegnativo per lo stesso titolo, avrebbero dovuto bloccare i loro corsi, alleandosi con le università e relativi professori, debolmente indignati di questo schiaffo.
Il secondo effetto è quello che gli psicologi definiscono “abituazione allo stimolo”, e cioè il calo di attenzione (e risposte correlate, ad esempio irritazione, rabbia, ansia, ecc.) dovuto alla reiterata e frequente esposizione allo stimolo stesso. Il diminuire della curva di attenzione e di risposta consente a chi fa “sparate” quotidiane di continuare a farne di sempre più grosse, e per ottenere l’abituazione ha bisogno di continuare a farne.
Il terzo effetto si potrebbe definire di sdoganamento, incoraggiamento strisciante, implicito, indiretto, di forme di azione regressiva in linea con le dieci formae mentis prima citate, anche sotto forma di ritorni indietro, di rallentamenti. Posizioni repressive e regressive si sentono legittimate ad essere più attive e, in modi più o meno visibili, complicano e ostacolano processi inclusivi. Un liceo potrebbe incontrare nuovi ostacoli nello sviluppare e sostenere le misure per le e gli studenti in transizione di genere; qualche comune potrebbe non trovare sufficienti fondi per l’educativa scolastica; qualche docente potrebbe irrigidire le proprie pratiche di verifica, interrogazione e attribuzione dei voti; qualche scuola potrebbe adottare misure disciplinari maggiormente punitive, ecc.
Tutto questo può avvenire (ed avviene) in modo strisciante, ipocrita, sotto la soglia di sopportazione, che si innalza progressivamente sempre di più. Le dieci tattiche fanno parte di una strategia complessiva che con tutta evidenza mira a comprimere libertà e diritti.
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