Da cinquant’anni Fantozzi ragionier Ugo matricola 7829/bis vive dentro la maggior parte degli italiani. Nel marzo del 1975 appariva al cinema la trasposizione dei racconti di Paolo Villaggio, regia di Luciano Salce, scritto con Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi. E da allora, subdolamente, si è impossessato dell’Italia quasi quanto Mussolini.

Un uomo mediocre, servile, sopraffatto perché ingenuo e ingenuo perché sopraffatto, pronto al sacrificio per la Mega Ditta che nel frattempo è diventata il paese e pure l’Europa, vessato e inutile, incapace, pasticcione e con una doppia voce – vera grande finezza – quasi fosse quella del suo dio che lo controlla, irride e descrive con un tono che tutti prima o poi hanno citato, evocato, usato.

Fantozzi si colloca tra Paperino e Kafka: maschera, romanzo, film e lingua, fino a farsi aggettivo e padre delle citazioni che stanno bene su tutto proprio come era capitato a Dante A., Alessandro M., Giacomo L, tutti con la matricola abrasa dal tempo, ma ancora in servizio sulla bocca degli italiani.

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Le origini

Paolo V. aveva cominciato a scrivere la tormentata e ridicola vita di Fantozzi su L’Europeo con un successo mostruoso, mettendoci dentro il cinema muto, pizzicando Marcovaldo di Italo Calvino e anticipando il Malaussène di Daniel Pennac, finendo ovunque negli anni: dalle pagine di Stefano Benni a certi articoli di Filippo Ceccarelli, e pensare che la scintilla era partita da un personaggio di Villaggio oggi sconosciuto: il ciclista Saponetti che veniva intervistato sul traguardo e cercava di accontentare tutti. O almeno questo era quello che Villaggio raccontava alcune volte, altre la metteva giù diversamente, divertendosi a dire che Fantozzi funzionava perché tutti lo vedevano negli altri e non come specchio.

Perché Villaggio che era diversissimo da Fantozzi – sicuro, colto, cinico, dittatoriale – amava cambiare continuamente la genesi del suo personaggio, come scovare il pessimo che vive in noi impastandolo con le situazioni, da grande antropologo, chissà che cosa c’era sulle navi da crociera dove lui, Silvio Berlusconi e Fabrizio De André intrattenevano i vacanzieri, qualcosa da film di Zemeckis, perché poi loro hanno intercettato tutto o quasi dei desideri, dei sogni e delle frustrazioni degli italiani.

L’incarnazione fantozziana è articolata e molteplice e si nutre del morbo delle iperboli, oggi il tono, il congiuntivo fantozziano – amatissimo da Adriano Panatta – e il modo di raccontare l’abbigliamento, il rito, la situazione sono ovunque e ci sono non solo come parodia ma come trasposizione involontaria perché naturale. Come impossessamento dell’italiano. Pensate agli errori verbali e geografici nei tweet di Luigi Di Maio – un Musk fa – o all’intervista di Gennaro Sangiuliano sulla signorina Boccia/Silvani al Tg1, o tutti quelli che hanno avuto case, imprese, incarichi e in qualche caso carriere a loro insaputa, oppure l’incarnazione massima fantozziana con Silvio Berlusconi in completo bianco seguito dai suoi ragionieri, dieci passi dietro il sire, che fanno jogging e aspettano gli scatti in ditta, politica, vita; ecco lo scrittore Villaggio che si accomoda di fianco a Pirandello e guarda la sua intuizione vivere fuori dalle pagine e i set, mentre si impossessa della realtà.

La lingua

Prima i libri, poi il cinema, hanno funzionato da specchio per gli italiani. Ma su tutto c’era la lingua: forte, descrittiva, innovativa, piena di connessioni e di invenzioni, con il ribaltamento dell’errore, la coniugazione sbagliata del verbo diventava colpo di classe, come la scelta degli aggettivi: agghiacciante, ascellare, galattico, mostruoso, pazzesco, umiliante, tragico; basta elencarli per vedere apparire le scene, venire giù come pioggia: vadi, venghi, eschi, facci, batti, dichi, l’alito modello fogna di Calcutta, la nuvolona dell’impiegato, la cagata pazzesca per La corazzata Potëmkin, gli elenchi di attrezzature e vestiario, i luoghi metafisici come l’acquario dei dipendenti, e su tutti il megapresidente declinato in: galattico, clamoroso, conte magistrale, gran Lup. Mann Gran figlio di putt., e poi vicedirettore ereditario, Direttore dei direttori, Direttore naturale, Direttore laterale, Gran Consiglio dei Dieci Assenti, e poi le declinazioni del proprio cognome da Fantocci a Bambocci, Fantoni e Pupazzi, Puccettone e poi le offese: Merdaccia e Coglionazzo, sopportate per avere uno scatto di categoria, una poltrona in pelle umana, una foresta di ficus con scrivania, un immaginario che è diventato lingua e in molti casi realtà, come notò Evgenij Evtušenko con disappunto di Alberto Moravia e delle sua sopracciglia ad ali di corvo.

Perché il poeta russo disse – alla fondazione Cini – che in Villaggio ritrovava Gogol e Cechov, e siamo già oltre tutti i due sudatissimi premi Strega di Sandro Veronesi. Fantozzi funzionava in Russia, allora ancora URSS, perché c’era l’impiegato che lottava contro il potere tentacolare – zarista prima e stalinista dopo con tutte le sue declinazioni fino a Putin – cercando di vivere alla meno peggio lasciandosi usare, calpestare, sorvegliare e punire anche se al posto del cappotto gogoliano c’era il basco fantozziano con le sue variazioni come indicatore di situazioni e derive.

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La reincarnazione

Paolo Villaggio con Fantozzi – e la sua lingua – si è assicurato se non l’eternità almeno una fetta di questa, e forse non l’ha nemmeno compreso appieno, tanto che non ne poteva più, e in una delle ultime versioni su L’Unità lo fece diventare leghista quando allora la Lega era forte e quindi oggi sarebbe meloniano, tra l’altro basta vedere l’ultima intervista di Giorgino a Giorgia per sentire battere fortissimo la situazione fantozziana, quando il giornalista si entusiasma per le vacanze della premier/imperatrice delle galassie romane in Puglia perché contigua per un attimo.

Non è fantozziano il ministro Crosetto quando racconta al Corriere della Sera dell’interessamento di Silvio B. a sua moglie? Non sono fantozziani gli affanni cinematografici di Veltroni e le conseguenti recensioni o presentazioni che fanno apparire il Professor Guidobaldo Maria Riccardelli, non sono fantozziane le dirette di Salvini e le sue librerie vuote, è fantozziano l’intero mondo politico perché riproduce la dinamica della Mega Ditta, dove è evidente che in cima c’è Mario Draghi più del presidente Mattarella.

Ma a contendere i comportamenti e le situazioni italiane c’è un altro comico, divenuto pure aggettivo, Alberto Sordi, ma con una grande differenza. Il sordismo era scritto perlopiù da Rodolfo Sonego, e non c’era mai dolcezza, anzi, viveva nella cattiveria, nell’arrivismo, nella furbizia fino a trovare anche la violenza di Un borghese piccolo piccolo, film di Mario Monicelli dal romanzo di Vincenzo Cerami. I personaggi di Sordi non subivano, anche se non erano immuni dalla sconfitta come dal ridicolo, ma spesso trovavano riscatto, come nel finale de Una vita difficile di Dino Risi.

Lui e Sordi

Ma se Fantozzi è una maschera, Sordi e la sua galleria di personaggi sono una identificazione, profonda, d’animo, romanesca estesa all’Italia – si pensi al maestro di Vigevano dai romanzi di Mastronardi – che non creano un mondo nel quale poi l'Italia si riconosce, ma che replicano un mondo che l'Italia conosce. Il prof. dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue, sarebbe subito direttore nel mondo fantozziano, mentre Fantozzi nel mondo sordiano continuerebbe a subire clamorosamente, mostruosamente sopraffatto.

Sordi è camaleontico, gli basta cambiare cappello – da vigile a cowboy – come spiegò a un incuriosito Andy Warhol, per cambiare vita, rimanendone al centro, Fantozzi no, ha sempre lo stesso basco in una eterna condanna dantesca. Sordi si è sovrapposto ai suoi personaggi tanto da far gridare al giovane Nanni Moretti: «Ve lo meritate Alberto Sordi», che oggi appare come la pietra lanciata contro la vetrata della Mega Ditta o l’offesa scritta in cielo contro il megadirettore, un vezzo di ribellione, mentre Paolo Villaggio – da scrittore – si è declinato in personaggio, rimanendo un passo dietro proprio come i servilissimi colleghi d’ufficio.

Eppure due comici, uno scrivente e l’altro scritto, hanno inchiodato il carattere degli italiani, fino a diventare aggettivo, tanto che si potrebbero usare per capire chi si ha di fronte: Scusi, lei è fantozziano o sordiano? E l’italiano medio risponderà: sordiano, realizzando il teorema e le intuizioni di Villaggio, aggiungendosi al nutrito gruppone di Fantozzi in incognita.

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