Oriana Fallaci è un modello da seguire anche per la nostra generazione: avanguardia di un giornalismo fatto da donne e che raccontano il mondo da una nuova angolazione. Le sue parole risuonano forti nella loro attualità e dovremmo tornare ad ascoltarle, anche quando per raccontare la moda, intervista i grandi protagonisti delle sfilate parigine
Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Oriana Fallaci è una figura a me cara. È stata una donna sempre in prima linea. Non aveva paura di esprimere le sue idee, anche quelle più controverse e divisive. In lei vinceva sempre il senso della sfida. Aveva una personalità complessa capace di tenere insieme molte sfaccettature. Una donna apripista in tutto quello che ha fatto e ha dimostrato, quando le donne cominciavano con grande fatica a trovare un piccolo spazio per affermarsi. Era stata staffetta partigiana, poi la prima donna inviata di guerra o a intervistare figure come l’ayatollah Khomeini.
L’elenco sarebbe lunghissimo. Tutto questo «dimostrando» come affermava perentoriamente «che una donna può fare qualsiasi lavoro». E senza rinunciare alla moda, all’essere vestita bene, come era sempre lei con il suo personalissimo stile, truccata con l’eyeliner come buona parte delle ragazze che oggi incontriamo per strada, pettinata con un taglio che definiremmo bob lungo.
L’aborto non è un gioco politico
C’è un suo intervento a proposito dell’aborto tratto da una trasmissione televisiva del 1976 che circola in rete, sia in video sia nella trascrizione della parte più incisiva: «Mi dispiace essere la prima donna a intervenire, ma la quarta persona a intervenire. Qui si sta parlando di un problema che riguarda principalmente le donne, direi esclusivamente le donne, e, al solito, il discorso è incominciato da tre uomini, in particolare due politici. Io mi auguro molto che stasera nessuno di noi dimentichi che l’aborto non è un gioco politico. E che a restare incinte siamo noi donne, che a partorire siamo noi donne, che a morire partorendo o abortendo, o non abortendo, siamo noi donne. E che la scelta dunque tocca a noi. E che la decisione dunque tocca a noi. A noi donne. E dobbiamo essere noi, di volta in volta, di caso in caso, a prenderla, che a voi piaccia o non vi piaccia. Tanto, se non vi piace, siamo lo stesso noi a decidere. Lo abbiamo fatto per millenni. Continueremo a farlo. Abbiamo sfidato per millenni le vostre prediche, il vostro inferno, le vostre galere. Le sfideremo ancora».
Parole che risuonano forti nella loro attualità. E che dovremmo tornare ad ascoltare.
Una fonte di ispirazione
Fallaci è stata una grande ispirazione per tutte le donne della generazione di mia madre, ma lo è stata anche per me. Avanguardia di un giornalismo fatto da donne che se la giocavano alla pari con gli uomini (penso anche a Camilla Cederna e Adele Cambria), dopo essere però passate per la cronaca mondana e la moda.
Mia madre è stata una sarta molto brava, di grande gusto e di successo. Possiede ancora tutti i suoi libri, li comprava appena uscivano in libreria. E come lei, li leggeva mio padre, e li ho letti avidamente anch’io. Li ricordo ancora.
Credo che quello che ha sempre cercato di trasmettermi, l’importanza dello studio e del lavoro per la mia emancipazione e la mia indipendenza, nascesse anche dalla lettura dei suoi libri, dei suoi reportage, delle sue interviste. È stata una presenza vera e quasi ingombrante nella casa della mia famiglia.
Narrare la moda
Per questo motivo, nonostante la titubanza, ho accettato con piacere l’invito a scrivere un’introduzione a questa straordinaria raccolta di articoli e interviste ai couturier che sono parte della leggenda della moda, come Coco Chanel, Christian Dior, Cristóbal Balenciaga.
Protagonista di questa antologia è soprattutto la moda francese, pur non mancando qualche affondo italiano, come la descrizione del personaggio di Giovan Battista Giorgini, colui che fece conoscere e apprezzare la moda del nostro paese nel mondo. Nel periodo in cui Fallaci scrive questi articoli, tra la metà degli anni Cinquanta e quella del decennio successivo, al centro del sogno della moda c’è ancora Parigi e ci sono i suoi grandi couturier. Sono loro che dettano le regole dell’eleganza, e che Fallaci, con la sua arguzia toscana, si diverte a satireggiare.
Christian Dior è uno dei principali protagonisti del libro, si parla molto di lui, del suo lavoro, della rivoluzione del New Look, della sua ritrosia, del suo atelier, persino della sua casa, dove Fallaci è accolta dal grande sarto. Si parla anche del suo erede, Yves Saint Laurent. Mi ha colpito la sua capacità di guardare il mondo della moda in maniera lucida, disincantata e incredibilmente attuale. Ancora oggi.
Fallaci tratteggia attraverso la sua prosa brillante molti protagonisti, comprimari e ambienti della moda in modo avventuroso e impastato di ironia, soprattutto talmente vivido che sembra di essere lì dove la giornalista raccoglieva scene, gesti, parole e impressioni.
Un esempio su tutti è l’intervista a Mary Quant. È il racconto che Fallaci fa nel 1966 del suo rapporto critico con la minigonna, un’avventura esilarante con finale in tribunale e che sfocia appunto in una lunga intervista a Mary Quant e a suo marito. Mi sono segnata in particolare un passaggio, una frase di Quant che riflette in maniera semplice e chiara cosa significa per me la moda: «Io l’idea di lavorare l’ho sempre avuta, i miei genitori m’hanno sempre detto che una donna deve guadagnarsi la vita da sé. E lavorare per me ha sempre significato occuparsi di moda perché ho sempre pensato che la moda non sia qualcosa di frivolo ma un fenomeno sociale assai serio, come la politica».
Questo è d’altronde ciò che gli scritti stessi di Oriana Fallaci qui raccolti essenzialmente comunicano.
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