Vorrei iniziare con una domanda provocatoria: l’intelligenza artificiale è davvero “intelligente”?

Senza dubbio, l’IA rappresenta il nostro ultimo medium creativo. Anzi. È più di un medium: è un intermedium, un canale che permette di combinare diverse forme di espressione.

Partiamo dall’immagine che accompagna questo testo. Immaginiamo che ciò che definisce l’identità di una montagna sia contenuto in una scatola con quattro pareti. Questa è la nostra categoria concettuale e la riempiamo con un fluido.

Sarà questa sostanza fluida a permetterci di riconoscere l’oggetto “montagna”. Le pareti della scatola costruiscono quindi la categoria nella nostra mente; raggruppa molte cose diverse, ma noi riconosciamo un’unica entità generale.

Ora, nell’immagine che vedete, la montagna è rappresentata come un cerchio. Questo paradosso visivo fa crollare le pareti della nostra scatola concettuale e l’oggetto nell’immagine – la montagna – viene messo in discussione. Conserva però abbastanza della sua sostanza originale perché possiamo ancora riconoscerlo.

Se demoliamo le pareti tra le categorie e lasciamo che le loro sostanze fluiscano l’una nell’altra, possiamo ripensare il rapporto tra una categoria e la forma a cui essa è associata. Un’immagine diventa due: eppure uno per uno fa sempre uno. Ecco i confini delle nostre categorie nel punto in cui si spezzano: l’unità di tutte le cose si intravede nelle loro macerie.

La natura è una lingua straniera

Dioniso è l’antico dio di questa unità nascosta dietro le categorie. È il dio folle perché, quando tutto si fonde in una sola totalità, anche le contraddizioni si uniscono, acquistando senso. Nel suo regno, il paradosso diventa logico e nell’immagine che vede una montagna apparire rotonda, riusciamo a intravedere la rappresentazione visiva, un’eco fugace, di come trovare il senso in un paradosso.

Forse percepiamo un’aura di mistero in questa immagine proprio perché ci regala uno sguardo momentaneo nel cosmo di una divinità greca. Attraverso il mio lavoro, voglio evocare un territorio dionisiaco, in cui la natura parla una lingua straniera. Una lingua che non è automatica e sfida le nostre categorie naturali. Una nuova forma che consente di avvolgerla di nuovi significati, come un velo. La natura è un linguaggio che leggiamo con gli occhi e qui ne sbagliamo la pronuncia.

Vogliamo trasformare ogni fiume, albero, masso, lago, montagna e valle in una nuvola. Una nuvola è un oggetto amorfo che interpretiamo spontaneamente in modo creativo. Quando immaginiamo una nuvola come un altro oggetto, l’intensità visiva della nuvola aumenta. Si distacca dal rumore di fondo della percezione automatica. Attribuire alle nuvole qualità che non sono immediatamente visibili agli altri non significa privarle di realtà. La nostra nuvola ha più realtà, perché nella nostra esperienza fenomenologica, la somma dei suoi significati è maggiore. Brilla.

La fotografia e l’IA

Questa nuvola è più reale perché, anche se solo per un istante, ci connette più intensamente con la sensazione di essere vivi. Presentandovi questo territorio nebuloso attraverso una serie di paesaggi, mi piacerebbe dare forma a un mondo che rimane anche dopo che abbiamo lasciato la nostra immagine. Per dare realtà all’immaginazione, è necessario parlarne e mostrarla da prospettive diverse.
Sono osservazioni che nascono dall’incontro, ingenuo ma intenzionale, tra la fotografia e l’arte astratta attraverso i modelli di intelligenza artificiale, e dalla riflessione su questo nuovo spazio creativo. Stiamo assistendo all’alba di una nuova interdisciplinarità. Ci consente di creare campi del tutto nuovi, tracciando connessioni tra punti che non erano mai stati uniti.

Quando discipline come la fotografia e l’arte astratta si contaminano, danno vita a qualcosa di nuovo, con proprietà proprie, indipendenti da quelle dei loro progenitori. Con l’IA possiamo, in un certo senso, dipingere con le fotografie. Abbiamo distillato la fotografia fino a trasformarla in un colore, da stendere sulla nostra tela.

In aperto contrasto con gli scettici dell’IA, vorrei quindi affermare con candida sicurezza che non c’è mai stato un momento migliore per essere creativi. La creatività è un’abilità autonoma rispetto alla competenza tecnica. Non abbiamo mai avuto la possibilità di collegare idee con così poca resistenza. Il peso di dover dedicare anni all’apprendimento tecnico si sta rapidamente alleggerendo: la conoscenza profonda sale in superficie, diventa accessibile. Quando la possibilità di concretizzare una visione creativa si amplia, anche la creatività si espande se si hanno l’umiltà e la capacità di comprendere queste sfumature.

Contro lo scetticismo

L’IA come intermedium sta maturando rapidamente. Strumenti come Chat GPT possiedono già una gamma di conoscenze sovrumana. I modelli di linguaggio ci permettono di amplificare l’impatto delle nostre idee, perché ci fanno arrivare più lontano. Possiamo prendere decisioni migliori perché la nostra comprensione di ciò che è realizzabile si espande, potendo attingere oltre i confini della nostra conoscenza limitata e immergerci in nuovi mondi possibili.

C’è, naturalmente, anche un lato oscuro. Il potere dei contenuti generati dall’IA di manipolarci è stato espresso in modo molto chiaro nel recente video di Trump su Gaza. Questo video, in modo quasi automatico, ci impone una visione del mondo. Racconta una storia, alla quale noi siamo portati a reagire.

Quando Donald Trump ha pubblicato questo video sulla sua piattaforma social senza alcun contesto, il primo pensiero che ha scaturito è che questo rappresenti la sua visione del futuro. In realtà, il video è stato creato come satira politica da un regista di Los Angeles. Potrebbe essere stato ripubblicato come tattica di distrazione, nel tentativo di seminare caos, o come un’approssimazione di piani reali.

Qualunque sia il caso, la reazione dimostra chiaramente come qualcosa con un’enorme capacità di manipolare le nostre emozioni possa essere fabbricato con estrema facilità. Immaginate cosa si potrebbe produrre con impegno e sincera creatività.

I modelli video che circolano sui social sono ancora ignoranti ma stanno maturando e sono pronti per un’appropriazione interdisciplinare. L’IA, come per l’essere umano, necessita di un dialogo per potersi evolvere, per essere utilizzata al meglio.

Pensiamo a un film in cui il protagonista è un edificio. The Hydroelectric Spa: architettura come esperienza cinematografica. Non un documentario, non un saggio visivo, ma un blockbuster.
Con il progressivo spopolamento della campagna svedese nel XXI secolo, prende forma un grandioso piano per la produzione di energia sostenibile. Le valli fluviali svuotate sono autostrade d’acqua. I fiumi vengono sfruttati al massimo lungo la loro naturale discesa dal confine norvegese fino alla costa orientale svedese, permettendo di raccogliere la stessa massa d’acqua più volte.

La batteria idroelettrica della Svezia si espande fino a proporzioni megalomani per contrastare il cambiamento climatico, sacrificando l’ambiente locale per il bene globale. Lungo queste valli nasce un resort che combina la produzione di energia con il relax. Sospensione dell’incredulità sulla fattibilità: architettura in forma di fantascienza. Un’idea architettonica vissuta attraverso la prospettiva dei turisti che visitano questo resort industriale. Un film in cui l’architettura viene esplorata attraverso il linguaggio del cinema.

La gioia e la pericolosità di esplorare nuovi territori è ben riassunta nella metafora che un amico mi ha suggerito: un artista è qualcuno che incarna sia il cavallo che il cavaliere; stringendo tra i denti le redini che egli stesso ha messo nella propria bocca, si sprona con una frusta e si lancia in un viaggio in cui non ha più il controllo sul proprio destino. Questo è ciò che significa appropriarsi dell’IA. L’ignoto è la sua bellezza.


David Selander è architetto, artista e docente al Royal Institute of Technology - School of Architecture di Stoccolma. Il testo è parte della raccolta «L’architettura territoriale» a cura di AMA-Accademia Mendrisio Alumni.

© Riproduzione riservata