C’è anche papa Francesco tra i contatti telefonici di don Mattia Ferrari, avvisato da Meta di essere stato vittima di un tentativo di hackeraggio, iniziato l'8 febbraio 2024 e «sostenuto da entità governative non meglio identificate». Non è ancora chiaro al momento se il telefono del prete, viceparroco di Nonantola e cappellano di Mediterranea Saving Humans, sia stato effettivamente violato con lo spyware Graphite, ma di certo don Mattia Ferrari è da tempo in contatto diretto con il pontefice.

È stato lo stesso papa a dichiararlo lo scorso 19 gennaio, nel corso della trasmissione tv condotta da Fabio Fazio, quando ha detto di aver sentito al telefono il sacerdote per parlargli di una delicata vicenda relativa a una migrante rapita e tenuta prigioniera in Libia.

Intercettando don Mattia, i mandanti dell'hackeraggio hanno spiato anche il papa? Di sicuro, nel corso del tempo i contatti tra i due non sono stati sporadici: Bergoglio del resto ha sempre stimato don Ferrari, tanto da aver firmato la prefazione del suo libro Salvato dai migranti. Racconto di uno stile di vita. Dunque, l’ipotesi che l'attacco informatico abbia coinvolto anche il Vaticano è sempre più concreta.

Giallo Paragon

A quasi un mese dalla pubblicazione delle prime notizie, il caso Paragon si allarga e continua a restare avvolto dal mistero, perché non è ancora chiaro chi ha utilizzato gli strumenti informatici della società israeliana per spiare attivisti, giornalisti e, come si è scoperto pochi giorni fa, anche un prete.

Il giallo non appassiona solo la politica. Secondo la campagna organizzata da diverse ong, tra cui The Good Lobby ed Hermes Center, sono già oltre 14mila le lettere inviate al governo da cittadini che chiedono all'esecutivo di riferire in parlamento e affidare un'indagine sulla vicenda «a un organismo indipendente, come il Garante per la privacy o una commissione parlamentare d’inchiesta ad hoc».

Oltre alle procure di Napoli, Palermo e Roma, che hanno iniziato a indagare a seguito degli esposti di Luca Casarini, Francesco Cancellato, dell'Ordine dei giornalisti e della Fnsi, anche il Comitato parlamentare che si occupa di sicurezza sta cercando di fare luce sulla vicenda.

Mercoledì 26 febbraio il Copasir ha infatti sentito il neo direttore del Dipartimento per le informazioni della sicurezza (Dis), Vittorio Rizzi. Secondo quanto risulta a Domani, quella di ieri è stata un’audizione generale, ma in futuro i membri del comitato hanno intenzione di chiedere all’ex prefetto se il Dis sia a conoscenza dell'uso di Graphite da parte delle due agenzie di intelligence Aisi e Aise (i cui direttori, però, sempre davanti al Copasir, hanno negato l’utilizzo del software nei confronti di giornalisti e attivisti), e se finora sono sempre state rispettate le garanzie previste dalla legge.

Tutti al Copasir

A questo proposito, nei prossimi giorni anche il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Amato, potrebbe essere sentito dal Copasir. È infatti la procura generale capitolina a dover autorizzare tutte le intercettazioni preventive richieste dai servizi segreti.

Se è vero, però, che Aise e Aisi non hanno mai utilizzato Graphite per intercettare giornalisti e attivisti, come assicurato dai direttori delle due agenzie di intelligence e confermato dal governo guidato da Giorgia Meloni, allora Amato dovrebbe ribadire la tesi davanti al Comitato. In caso contrario, il cortocircuito istituzionale arriverebbe ai massimi livelli.

Non solo perché tra le vittime ci sono sicuramente un giornalista (Cancellato, direttore di Fanpage.it) e diversi attivisti (oltre a Casarini e Beppe Caccia di Mediterranea Saving Humans, quest’ultimo sentito l’altro ieri a Napoli dalla polizia giudiziaria come persona informata sui fatti, David Yambo di Refugees in Libya e il dissidente libico Husam El Gomati), ma anche perché – come si è scoperto tre giorni fa – nella rete spionistica è finito anche don Ferrari.

Sul punto è intervenuta ieri anche la Conferenza episcopale italiana. Il vicepresidente, monsignor Francesco Savino, ha chiesto «chiarezza al governo su Paragon, perché è in gioco la democrazia». A Domani Savino racconta dei suoi contatti telefonici con don Ferrari e della conseguente possibilità d’essere stato spiato.

«Con Mattia parlavamo soprattutto di migranti e del sostegno da dare a Francesco che, in un clima del genere, ha parlato finalmente di accoglienza. Ora al governo chiediamo verità e giustizia», sottolinea il monsignore. Potrebbero essere poche, tuttavia, le risposte fornite sul tema dal neo direttore del Dis, insediatosi meno di un mese fa: le vicende in questione risalirebbero infatti alla precedente gestione del Dipartimento.

Affaire Caputi

C’è poi un altro tema, oltre a quello sulle inchieste giudiziarie sui presunti dossieraggi di Equalize e Squadra Fiore, su cui i componenti del Copasir intendono fare chiarezza. Si tratta dell’affaire Caputi, che ha portato lo stesso Dis a denunciare il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, perché – secondo il Dipartimento – il magistrato avrebbe contribuito a diffondere documenti riservati sul capo di gabinetto della presidente del Consiglio.

Da qui l’apertura di un fascicolo, ancora senza indagati, da parte della procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone. Ma il Copasir si chiede: perché a denunciare Lo Voi, il quale nelle scorse settimane ha ribadito al comitato la corretta attività della procura di Roma, è stato il Dis? Perché non l’ha fatto palazzo Chigi, il cui capo di gabinetto è stato spiato dall’intelligence? Domande a cui ancora non sembrano esserci risposte.

© Riproduzione riservata