Nella maggioranza tutti solidali con la leader del Rassemblement National, condannata in primo grado per appropriazione indebita di fondi europei, ma ognuno a modo suo. Per la Lega è una «sentenza politica» per sabotare il voto. Forza Italia prudente
Parigi come Roma. La sentenza di condanna in primo grado per appropriazione indebita di fondi europei della leader del Rassemblement National Marine Le Pen ha prodotto lo stesso effetto politico – e le stesse reazioni – già viste in Italia da parte della destra. E, specularmente, l’effetto si è propagato anche alla maggioranza del governo Meloni.
Il primo a reagire è stato Matteo Salvini, che con la Lega condivide con il Rassemblement National la collocazione europea nei Patrioti e che ha ricambiato il sostegno ricevuto durante il suo processo di Palermo. «Quella contro Marine Le Pen è una dichiarazione di guerra da parte di Bruxelles, in un momento in cui le pulsioni belliche di Von der Leyen e Macron sono spaventose. Non ci facciamo intimidire», ha tuonato sui social, rilanciando poi anche l’hashtag #JeSoutiensMarine.
«Sentenza politica e sproporzionata», è stato il commento del gruppo degli eurodeputati leghisti, riferendosi al fatto che la pena accessoria dell’ineleggibilità probabilmente renderà impossibile a Le Pen correre alle prossime presidenziali del 2027. Per la Lega e anche per i Patrioti, infatti, la sottolineatura è sui presunti mandanti di quello che considerano un killeraggio politico: i vertici dell’Unione europea, come se avessero potuto condizionare il convincimento dei giudici francesi.
L’attacco politico ha una traiettoria precisa: Le Pen sarebbe stata condannata per fermarne l’ascesa, che altrimenti avrebbe sabotato i piani bellicisti della Commissione Ue e del presidente francese uscente Macron. Un salto logico significativo, che però richiama i toni spesso adottati dalla Lega anche davanti alle sentenze dei giudici italiani, accusati di scelte politiche per sabotare gli esiti elettorali.
Se la reazione di Salvini era attesa anche nei toni, la condanna di Le Pen ha mostrato tutte le sfumature della variopinta maggioranza centrodestra. Tutti solidali con la condannata, ma ognuno a modo suo e con un occhio ai rispettivi risvolti interni.
Il teorema contro Bruxelles
A prendere la parola per Fratelli d’Italia è stato l’europarlamentare e co-presidente dei Conservatori al parlamento europeo, Nicola Procaccini, che è voce attendibile anche nella sua linea diretta con palazzo Chigi. Procaccini ha espresso «stupore e preoccupazione», parlando di «un'altra terribile sconfitta dello Stato di diritto», perché la condanna «di fatto estromette Marine Le Pen dalla competizione per le elezioni presidenziali, malgrado (o forse proprio per questo) fosse favorita nei sondaggi».
Che questa sia la linea ufficiale di FdI lo dimostrano anche le parole del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, da sempre fedele referente della premier: «Gli avversari politici si battono nelle urne e non si escludono prima di aprire Le urne». Un ritornello, quello di FdI, che richiama l’incipit di quello della Lega ma individua un nemico diverso. I giudici, in Francia come in Italia, sono il bersaglio prediletto dei meloniani e con le medesime accuse di fare politica, eliminando esponenti politici avversi.
Il partito di Meloni, tuttavia, si è tenuto ben lontano dall’accusare Bruxelles come invece ha fatto apertamente la Lega. Del resto farlo per Meloni sarebbe stato impossibile a livello istituzionale, oltre che controproducente rispetto alla linea equilibrista che continua a tenere sul piano europeo.
Dietro le quinte, infatti, il ragionamento di FdI è quello di mettere in luce la «strumentalità» degli attacchi leghisti, per cui ogni argomento è buono per cavalcare il tema del no al riarmo. Eppure, anche questi eccessi dovranno avere una fine e la sintesi sarà sempre «l’unità del centrodestra sulle questioni che contano», pure se in questo momento appare più che lontana.
Le reazioni più tiepide, infine, sono arrivate da Forza Italia. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha prudentemente tenuto le distanze dalle richieste di reazione a caldo, lasciando il compito al portavoce del partito, Raffaele Nevi che se l’è cavata ricorrendo ai fondamentali: «Noi siamo garantisti con tutti, abbiamo letto della sua intenzione di presentare ricorso in appello, per noi è innocente fino al terzo grado di giudizio». Profilo basso e nessun attacco, solo la sottolineatura del fatto che la partita giudiziaria è ancora formalmente aperta, driblando invece l’effetto politico che ha già prodotto con la pena accessoria immediatamente esecutiva.
A colpire, tuttavia, è il gioco di specchi. La reazione del Front National, che ha chiamato alla «mobilitazione democratica» in favore di Le Pen, ricorda le mobilitazioni leghiste durante il processo Open Arms a Salvini e anche nelle parole d’ordine scelte dall’ultradestra francese risuona la lezione italiana: i processi vanno capitalizzati elettoralmente, rivendicando il primato del successo elettorale su qualsiasi decisione giudiziaria.
E lo stesso sembra succedere anche alla magistratura d’oltralpe, il cui Consiglio superiore della magistratura ha reagito esprimendo preoccupazione per «le reazioni virulente», che possono «minare seriamente l'indipendenza della magistratura», mentre «le minacce rivolte personalmente ai magistrati incaricati del caso» «non possono essere accettate in una società democratica».
Considerazioni identiche a quelle espresse anche dai vertici delle toghe italiane, da ultimo nel caso degli attacchi del governo dopo la sentenza di Cassazione sul caso Diciotti.
In Francia come in Italia, tuttavia, è ormai un fatto che la destra abbia scelto la magistratura come avversario e ogni decisione avversa come la prova dei tentativi di sabotaggio politico. Una chiave utilizzata soprattutto dai partiti del gruppo europeo dei Patrioti, pronti a spalleggiarsi a vicenda a prescindere dal merito delle singole vicende giudiziarie e a considerare l’Ue responsabile e mandante anche delle condanne o delle inchieste su scala nazionale.
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