Lo stile politico del tycoon ha impresso una fortissima accelerazione in direzione di un cessate il fuoco in Ucraina. Posto che il Cremlino non ha alcuna intenzione di lasciare quanto ha già conquistato militarmente e politicamente, molti aspetti di una possibile trattative rimangono ancora nella nebbia. Una cosa è certa: ancora una volta l’Ue è fuori dai giochi
Da oltre un anno analisti e opinionisti sottolineavano che la presidenza di Donald Trump avrebbe cambiato o condizionato fortemente l’evoluzione e/o l’esito della guerra in Ucraina. Dalle prime indiscrezioni dei giorni scorsi e dalla notizia della telefonata tra Trump e Vladimir Putin sembrerebbe che l’avvio del negoziato si stia avvicinando.
Non sapremo mai se la medesima situazione si sarebbe verificata anche con la presidenza di Joe Biden: improbabile nel breve periodo anche per le differenze caratteriali tra i due presidenti, ma, certamente, lo stile politico di Trump ha impresso una forte accelerazione alla questione di una concreta trattativa per cessare il fuoco o porre definitivamente fine alla guerra.
Le parole di Peskov
Dalle parole del portavoce presidenziale, Dmitrij Peskov, emerge che i punti salienti discussi dai due presidenti hanno riguardato la necessità di porre fine al conflitto, avviando «immediatamente» i negoziati – che saranno guidati dal capo della Cia, dal segretario di Stato e dal consigliere per la sicurezza nazionale americani – l’invito di Trump a Mosca, la situazione in Medio Oriente, lo scambio di cittadini russi e americani e altre questioni che non sono state rese note nella durata complessiva di un’ora e mezza della conversazione telefonica.
Come più volte è stato ricordato, il Cremlino attualmente è in una posizione di forza “sul campo” dove lentamente, ma, progressivamente, l’esercito russo ha occupato nuovi territori nel Donbass e, quindi, non avrebbe alcun interesse a fermare il conflitto in questo periodo.
Tuttavia, sappiamo anche che Putin è particolarmente attento all’opinione del popolo russo che, negli ultimi mesi, ha auspicato una negoziazione tra le parti, sebbene alle condizioni poste del Cremlino che certamente non possono essere ritenute favorevoli rispetto alle aspettative del governo ucraino (e non solo) di una “pace giusta”.
La situazione sul campo
Ci potrebbero essere, eventualmente, elementi di discussione e confronto politico per un accordo sul cessate il fuoco durante le trattative, ma è bene non illudersi che il Cremlino accetti di concedere, invece, territori già conquistati perché ha più volte ribadito che il punto di partenza per qualsiasi negoziato è la “fotografia” della situazione sul campo.
È, quindi, opportuno evitare frettolose analisi che diventerebbero mere speculazioni e soffermarsi su quello che al momento sembrano essere circostanze più chiare e concrete.
In primo luogo, questa telefonata conferma quanto abbiamo spesso evidenziato in queste pagine: qualsiasi tipo di risoluzione del conflitto ha come principali, se non unici, attori gli Stati Uniti e la Russia, in una versione rivisitata della contrapposizione ideologica, politica e militare che ha contraddistinto le dinamiche della politica internazionale dopo il 1947.
Lo ha ben compreso da tempo anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, rispetto al decreto presidenziale dell’ottobre 2022 che vietava di «negoziare con la Russia», ha affermato di essere disponibile ad un colloquio con il suo omologo russo. Non solo. Zelensky ha anche, recentemente, confermato che senza l’aiuto statunitense non ci sarebbero state e non ci saranno possibilità di raggiungere risultati concreti per una possibile vittoria dell’Ucraina. A conferma di questa inevitabile “dipendenza” dagli Usa, vi è anche l’eventualità da parte del governo ucraino di trattare sulle “terre rare” per le quali Trump ha chiesto 500 miliardi in cambio della fornitura di armi all’Ucraina.
Scambiare territori
In secondo luogo, la proposta del presidente ucraino di «scambiare» i territori conquistati dai russi in Donbass con quella parte occupata dall’esercito ucraino nella regione di Kursk il 6 agosto del 2024 confermerebbe che quell’azione ritenuta da molti analisti come controproducente e rischiosa fosse stata strategicamente elaborata in previsione dell’avvio di una negoziazione russo-ucraina.
Rimane, quindi, in sospeso quali siano le condizioni su cui entrambe le parti dovrebbero rispettivamente cedere qualcosa, posto che il Cremlino non ha alcuna intenzione di lasciare quanto ha già conquistato militarmente e politicamente.
Vedremo, quindi, nelle prossime settimane quali saranno le carte che l’amministrazione di Trump intende portare al tavolo. Rimane, invece, una certezza: l’esclusione, ancora una volta, dell’Unione europea in una guerra nel nostro continente.
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