Una lunga tavolata apparecchiata e circondata dalle macerie, luci colorate appese ai lampioni non più funzionanti, una folla di persone in attesa del maghreb (il tramonto, ndr) per consumare il proprio pasto. Questa è la fotografia scattata a Gaza il 1° marzo scorso e diventata il simbolo di questo Ramadan, il mese sacro in cui i musulmani digiunano dall’alba al tramonto.

Per il secondo anno di fila nella Striscia il mese viene celebrato tra la distruzione e la paura. Nonostante la tregua, infatti, il ritorno delle bombe rischia di essere imminente, dopo che Israele ha deciso di far arenare i negoziati per la seconda fase cambiando in corsa gli accordi entrati in vigore il 19 gennaio scorso.

Nei primi due giorni di Ramadan raid aerei israeliani hanno colpito nuovamente il sud della Striscia. Altri due attacchi si sono verificati il 9 e il 10 marzo. Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, oltre 100 gazawi sono stati uccisi, altri sono morti per ipotermia o per impossibilità di ricevere cure sanitarie.

Con il blocco degli aiuti umanitari imposto dal premier israeliano Benjamin Netanyahu il rischio è quello di morire di fame. Come se non bastasse, il 10 marzo Israele ha interrotto la fornitura di elettricità alla Striscia di Gaza per esercitare pressione su Hamas affinché rilasci gli ostaggi israeliani ancora detenuti. 

Ma questo ha un impatto anche sulla popolazione civile, dato che va a colpire l’impianto di desalinizzazione che fornisce acqua potabile a oltre due milioni di residenti e obbliga la chiusura dei panifici. Una mossa deliberata da parte della stato ebraico e che non a caso arriva in uno dei periodi religiosi e culturali più importanti dell’anno.

«Non è più come prima»

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Ramadan, a Gaza, non è più come prima. «La gente non è felice. Prima le famiglie si riunivano per mangiare insieme. Ora in tante famiglie c’è la morte», racconta Majed al Shorbaj con il suono della voce interrotto da un continuo ronzio in sottofondo. Dopo decine di migliaia di morti ci sono bambini rimasti orfani, mogli rimaste vedove e genitori senza più figli.

Majed (abbiamo raccontato la sua storia in un precedente articolondr) si trova a Gaza dal settembre del 2023, dove era andato a trovare suo padre malato. Cresciuto nel campo profughi di Jabalia, nel 2019 arriva in Italia dove ottiene protezione internazionale come apolide e un lavoro a Fidenza (Parma). Doveva rientrare in città il 15 ottobre 2023, ma dopo l’attacco di Hamas il valico di Rafah è stato chiuso.

Nonostante abbia in mano un documento del Cogat – l’ente del ministero della Difesa che si occupa di tutto ciò che entra ed esce dai territori palestinesi – che lo autorizza a uscire, Israele non gli permette di tornare in Italia. La Farnesina non può far altro che seguire impotente il suo caso.

Oggi Majed, dopo essersi spostato da nord a sud più volte negli ultimi 15 mesi, si trova in un piccolo appartamento a Gaza City. Vive in un monolocale insieme ad altri sette membri della sua famiglia. Avere un tetto sopra la testa può arrivare a costare anche fino a 500 euro al mese, racconta: «Trovare una casa integra a Gaza è molto difficile, prima della guerra un appartamento costava anche a cento euro al mese. Voglio solo andare via da qui e tornare a Fidenza con mia moglie che ora è al settimo mese di gravidanza».

Il rischio è che invece partorisca il suo bambino a Gaza, dove l’assistenza sanitaria è ai minimi storici. «Abbiamo deciso di chiamarlo come mio padre: Maher», dice sorridendo nonostante quel ronzio che rimane in sottofondo.

La narrazione online

Centinaia di giovani gazawi stanno raccontando la guerra e il dramma umanitario attraverso i loro profili social. Hanno prima fatto vedere i bombardamenti israeliani e la distruzione delle loro case, poi la quotidianità di una vita in cui si cerca di sopravvivere non soltanto ai raid aerei, ma anche alla fame e alle malattie.

E ora in questi giorni c’è chi mostra come creare le decorazioni classiche di Ramadan partendo dai cartoni vuoti dei pacchi alimentari o da qualsiasi oggetto utile che emerge indenne dalle macerie. 

C’è chi mostra tutorial su come cucinare piatti tipici, altri raccontano la loro routine quotidiana. Altri ancora, invece, fanno vedere come ripuliscono le loro abitazioni dalle macerie. Chi ha casa completamente distrutta, invece, si immortala nelle tende al freddo.

Tutto questo ha un impatto psicologico non indifferente, proprio per questo secondo la psichiatra palestinese Samah Jabr il mese di Ramadan può portare conforto. «Gli abitanti di Gaza – spiega – sono persone la cui vita non è guidata dal piacere, ma dal significato e dallo scopo. Penso che il mese di Ramadan sarà percepito dalle persone come qualcosa di lenitivo per il loro spirito. Qualcosa di purificante e spero che porti ciò che si aspettano da esso».

Il rischio di povertà alimentare

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«Non entra più neanche un camion a Gaza, la carne ricomincia a essere un privilegio», racconta Majed. Da quando Netanyahu ha annunciato la sospensione degli aiuti umanitari per spingere Hamas ad accettare i nuovi termini dell’accordo, i prezzi alimentari sono tornati a salire. «In queste settimane la spesa costava come in Europa, un prezzo alto ma comunque meglio di quando la guerra era in corso», dice Majed.

«Mangiamo soprattutto riso quando arriva l’ora dell’Iftar (il pasto con cui si interrompe il digiuno, ndr), durante il sohuur (ultimo pasto prima del digiuno, ndr) invece hummus e pane». La paura è che con il passare dei giorni le scorte di cibo finiscano e quelle che rimangono saranno accessibili a poche persone.

«A Rafah hanno fatto un pasto comunitario il primo giorno di Ramadan. La gente pensa che abbiamo cibo, ma la realtà è diversa. Tanti continuano a non avere niente da mangiare», dice Majed.

Lui stesso cerca di fare il possibile per sfamare la sua famiglia. Ogni mattina insieme ai suoi fratelli è alla ricerca di un lavoro qualsiasi. A Gaza ognuno si inventa come può: compra e rivende cibo e oggetti, trasporta merci o persone, ricostruisce le case distrutte, fornisce energia per ricaricare i cellulari. Qualsiasi cosa, pur di guadagnare una manciata di shekel.

Durante la guerra, Majed era riuscito a sopravvivere vendendo sim virtuali. «Non posso usare il mio stipendio, non posso ritirare i soldi che ho guadagnato in Italia», spiega alzando il tono di voce per sovrastare il ronzio che si fa sempre più vicino.

Il ruolo dell’Unrwa

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A colmare i vuoti ci pensano l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa), il World food programme (Wfp) e le ong private. Al momento l’Unrwa continua a operare su Gaza, nonostante il bando imposto dal parlamento israeliano e gli attacchi politici del governo di Tel Aviv

Da quando la tregua è entrata in vigore ha fornito assistenza alimentare a due milioni di persone, raggiungendo il totale della popolazione, mentre a mezzo milione di gazawi sono stati fornite coperte, materassi, tappetini, vestiti e teloni per proteggersi dalla pioggia. Al momento l’Agenzia non ha ricevuto nuove informazioni su come operare a Gaza, mentre allo staff internazionale che lavora in Cisgiordania non sono più stati concessi i visti da parte della autorità israeliane.

Nel momento in cui sarà impossibile per l’Unrwa fornire assistenza umanitaria nella Striscia non c’è nessun’altra organizzazione in grado di consegnare aiuti per quantità simili. Il Wfp è riuscito a rendere operativi circa ventidue panifici nella Striscia, otto a nord e quattordici al sud. Un numero irrisorio, se si considera la popolazione di oltre due milioni di persone. Per questo l’organizzazione fornisce anche pacchi alimentari che contengono farina, riso, legumi, olio e zucchero e direttamente pasti caldi per gli sfollati che non hanno più una casa.

Gli aiuti umanitari si sono intensificati durante il Ramadan proprio per cercare di fornire un pasto al tramonto ai gazawi. Tra le ong più attive c’è World Central Kitchen, nonostante l’attacco dell’esercito israeliano che ha preso di mira un convoglio dell’organizzazione il 1° aprile 2024 e ha ucciso sette operatori umanitari

Per garantire il sohuur e l’iftar, l’organizzazione ha iniziato la distribuzione di scatole alimentari contenenti olive, frutta secca, zuppe e pasti di ogni tipo.

«Fuori non c’è niente»

La situazione è più complicata nel nord della Striscia di Gaza. A Beit Lahia centinaia di persone dipendono interamente dagli aiuti umanitari, come mostrano le foto circolate online nei giorni scorsi.

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 «Lì è come il Sahara», dice Majed. Conosce bene quel territorio, visto che è cresciuto nel campo profughi di Jabalia finito sotto assedio da parte dell’Idf nei mesi scorsi. La sua casa è stata duramente danneggiata, ma comunque è ancora un buon rifugio dove stare. «Il problema è che non c’è né acqua, né elettricità. Non c’è niente». A presidiare la casa a otto chilometri di distanza da Gaza City c’è solo il padre, per evitare possibili occupazioni o atti di sciacallaggio.

Sono lontani i tempi in cui la sera durante Ramadan i gazawi affollavano le strade della Striscia per bere tè, mangiare nei locali e stare in compagnia.

«Dopo l’Iftar rimaniamo a casa, fuori non c’è niente. Non ci sono neanche le luci, è tutto buio», racconta Majed mostrando nostalgia per il passato. Il ronzio è sempre più insistente. «Sono i droni israeliani», spiega concedendo uno dei pochi sorrisi dall’inizio della conversazione. «Tutti i giorni ci osservano, ci vogliono mettere paura».

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