Il centro di permanenza per il rimpatrio era stato chiuso dopo le proteste di due anni fa. Nella sezione di isolamento denominata “ospedaletto”, che oggi non esiste più, si tolse la vita il ventenne guineano Moussa Balde. Oggi sono 20 le persone recluse. Il garante regionale: «Nonostante due anni di lavori e parecchi fondi investiti, la condizione del centro è simile a prima della chiusura»
Nonostante l’opposizione dell’amministrazione comunale, il centro di permanenza per i rimpatri di Torino è stato riaperto due anni dopo la sua chiusura. Dopo l’arrivo dei primi sei trattenuti nella notte del 25 marzo, oggi sono venti le persone recluse al suo interno. Sono originarie di Tunisia, Marocco, Egitto, Ghana, Cile e Serbia. Tra loro ci sono anche persone provenienti da istituti penitenziari, nonostante per legge la loro identificazione per il rimpatrio potrebbe avvenire in carcere.
È il caso per esempio di un uomo serbo, in Italia dal 1979, che dopo decine di anni trascorsi in carcere ora è in attesa di essere espulso. Oltre a lui e a un sessantenne marocchino, ex bracciante agricolo, la maggior parte di coloro che si trovano nel cpr torinese è under 30.
«Abbiamo incontrato un ragazzo di 26 anni ghanese, con accento friulano, che ha fatto le superiori in Italia e ha tutta la famiglia qui: non gli è stato rinnovato il permesso perché è senza lavoro e, nonostante il diploma italiano, non ha accesso alla cittadinanza», racconta Alice Ravinale, consigliera di Alleanza Verdi e Sinistra della regione Piemonte, in visita al cpr.
Nel centro è presente anche un ragazzo di tunisino di appena 18 anni, arrivato in Italia tre anni fa come minore straniero non accompagnato. Al compimento della maggiore età è uscito dalla comunità di accoglienza ed è stato arrestato perché dormiva in una struttura abbandonata a Ventimiglia. «Un altro ragazzo, a cui abbiamo chiesto da dove veniva, ci ha risposto “da Milano” - aggiunge Ravinale -. In generale erano tutti piuttosto poco informati sul motivo per cui si trovavano dentro al cpr».
Le condizioni del centro
Prefettura e questura avevano comunicato che i primi arrivi sarebbero stati legati a problemi di sovraffollamento in altri cpr, ma secondo la garante comunale dei detenuti Monica Cristina Gallo, in Italia nessuno di questi centri si trova attualmente in condizioni di sovraffollamento.
Durante il sopralluogo svolto insieme a Gallo poche ore dopo l’arrivo dei primi trattenuti, il garante regionale del Piemonte, Bruno Mellano, ha dichiarato che nonostante due anni di lavori e parecchi fondi investiti, la condizione del cpr è simile a quella preesistente alla chiusura, tra acqua fredda nelle docce e basse temperature all’interno della struttura.
A marzo 2023, i danni strutturali provocati dalle rivolte avevano portato alla chiusura del cpr, che a distanza di due anni è tornato operativo sotto una nuova gestione, quella della holding della sanità privata Sanitalia, che si è aggiudicata un appalto di oltre 8,4 milioni di euro. A seguito della ristrutturazione, il centro è organizzato in tre aree che possono contenere in totale 60 persone in attesa di rimpatrio. A causa di una perdita d’acqua in una delle strutture, dieci posti letto al momento non sono tuttavia utilizzabili.
All’interno, le modifiche degli spazi segnalati finora sono pochi. Tra questi, il deputato Marco Grimaldi riporta che i posti letto per dormitorio sono stati ridotti da sette a sei: «Non rileviamo significativi cambiamenti, se non una minore privacy dovuta alla sostituzione dei vetri oscurati con vetri trasparenti. In ogni area sono stati rimossi i telefoni fissi ed è stata disegnata una zona basket».
Il giallo del protocollo per l’assistenza sanitaria
In base al progetto presentato dall’ente gestore, nel cpr dovrebbero essere avviati dei corsi di italiano, nonché attività didattiche e ricreative. «Promesse irrealizzabili» sostiene Grimaldi, per le quali mancano anche i protocolli dedicati.
Secondo la consigliera Ravinale, la sezione di isolamento chiamata “ospedaletto”, dove nel 2019 si è suicidato il trentenne bengalese Faisal Hossein e nel 2021 ha fatto lo stesso il poco più che ventenne guineano Moussa Balde, è stata chiusa. «Al suo posto, di fronte all’infermeria, è stata inserita una stanza con quattro letti e una finestra, dove ci è stato detto che verranno collocate le persone che potrebbero aver bisogno di essere sorvegliate per problemi particolari. Non esiste però nessun protocollo per contrastare il rischio di suicidio», una mancanza già emersa nel corso della precedente gestione.
Nella propria candidatura come ente gestore, Sanitalia ha dichiarato di aver sottoscritto un protocollo di intesa con il Dipartimento per la salute mentale dell’Asl di Torino per assicurare «adeguata assistenza sanitaria», ma in risposta all’interrogazione presentata da Ravinale per chiedere conto di questo accordo, l’Asl ha fatto sapere che il protocollo non esiste.
Citando un altro protocollo siglato con la prefettura, il Dipartimento di salute mentale indica al contrario che «non può garantire la costante osservazione clinica di pertinenza dell’ente gestore».
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