Guardando Inside Out 2, il sequel del fortunato film della Pixar basato sugli attraversamenti della psiche in cui emozioni come la gioia, l’imbarazzo o il disgusto diventano dei personaggi tirannici o in preda a una crisi di identità all’interno della mente di una ragazzina, è inevitabile chiedersi quali emozioni non sono state rappresentate e quali sono diventate dominanti su un piano personale e collettivo. In Inside Out 2 è l’Ansia a farla da padrona e la somatizzazione del malessere provato dalla protagonista si manifesta attraverso una crisi che colpisce cuore respiro e stomaco in un colpo solo. Durante la visione, chiunque si ricorda del suo primo attacco di panico, anche se probabilmente all’epoca non lo chiamava così.

Tra le emozioni rappresentate, ce ne sono alcune inevitabilmente “deboli”, che non producono un incidente narrativo forte, né suscitano troppo coinvolgimento. Ennui, per esempio, la noia modellata sull’esistenzialismo francese che deve più agli sketch di un eventuale Wes Anderson che a L’essere e il nulla di Sartre, o Disgusto, che passa dall’essere un’emozione attivata dal risentimento dei bambini verso le verdure a qualcosa di simile al fastidio per il cattivo gusto e la volgarità.

Disgusto

Mai avrei pensato, guardando Inside Out 2, che mi sarei appassionata di più alla storia di Disgusto che a quella dell’Ansia o della Gioia, di cui crescendo si perde inevitabilmente l’arte. Se è accaduto, è perché Disgusto mi fa pensare a una delle costruzioni mancanti all’interno di Inside Out, una costruzione che si impone man mano che una persona cresce e frequenta il mondo, a meno che non sia abbastanza punk da disinteressarsi attivamente alle regole dei salotti: il Senso del decoro. Altrimenti detto senso dell’etichetta, dell’opportunità e del buon gusto.

E mai avrei pensato che sarebbe stata la diretta del premio Strega a risospingermi nell’ambito di un sentimento che di norma tendo a ignorare: se fossi la sceneggiatrice di un eventuale Inside Out 3, farei fatica a inserire il Senso del decoro nella lista delle emozioni a cui dare un peso. Però è anche quella che aiuta a capire determinate assenze o presenze fluttuanti nell’ambito culturale contemporaneo.

Per chi si occupa attivamente di organizzare sentimenti e idee in un prodotto artistico destinato a una circolazione ampia, la questione del cosa dire in pubblico e cosa tenersi per sé è diventata centrale, soprattutto dopo che l’uso aggressivo e primordiale di molti social media ha portato a molti tentativi di auto-regolamentazione, che a volte sconfinano nell’omissione dei propri pensieri.

Questo non riguarda tanto le regole del politicamente corretto e tutta la sfilza di posizioni e controposizioni attorno alla cancel culture e alla militanza woke, baluardi di guerre culturali che devono lasciare necessariamente il passo alle guerre territoriali e di sterminio scoppiate negli ultimi anni.

Nella testa

Il senso del buon gusto, o il proposito di non inquinare la conversazione pubblica, riguarda anche molto altro. Semplificando: cos’è che davanti al genocidio di Gaza fa prendere una posizione pubblica a una scrittrice o uno scrittore in difesa del popolo palestinese, e cosa invece spinge eventualmente questa stessa scrittrice o scrittore o non dire qualcosa quando avrebbe l’opportunità di farlo, anche senza essere apertamente sollecitato? È disinteresse o convenienza? Cinismo, buon gusto o paura di perdere consenso per la nettezza delle proprie opinioni?

In Inside Out 2, alla protagonista Riley non viene prospettata l’ipotesi di diventare un’artista o un’autrice di romanzi – semmai un’etnomusicologa, un mestiere che neanche lei capisce bene –, né tantomeno la si vede su un palco a ricevere un premio mentre in un altro paese sta avvenendo uno sterminio, però dopo aver visto il film mi sono immaginata le emozioni che corrono da una parte all’altra quando durante dei momenti di felicità, distrazione e ansia personale si creano dei pensieri intrusivi da respingere al mittente.

Ciò che accade nel mondo ci entra inevitabilmente in testa, e se fossimo in un cartone dovremmo chiamarla non la valanga dei brutti ricordi ma proprio la valanga dell’informazione, in cui le interviste a una nazionale di calcio perdente si mescolano agli avvistamenti di una celebrity nel mercato di Porta Portese a Roma al dibattito farfugliante di Biden contro Trump ai raid sulle scuole a Gaza, e immaginare tutte le emozioni che si compattano per respingere il senso di angoscia, di noia o di dipendenza curiosa e morbosa che queste informazioni possono creare, attivando un perenne stato d’allarme.

Il premio Strega

Durante la diretta televisiva della Rai per la finale del premio Strega, i richiami alla guerra sono stati nulli se non inesistenti. A Sanremo, qualche mese fa, era andata diversamente, anche per maggiore vicinanza temporale con i fatti. La risonanza dei due eventi non è paragonabile, ed è ingenuo credere che manifestazioni culturali legate alla scrittura o alla canzone debbano necessariamente intervenire in materia di geopolitica e diritti umani in ragione di una maggiore sensibilità dei partecipanti – Deleuze sosteneva a ragione che era tipico dei regimi oppressivi imporre agli individui la necessità di avere sempre un’opinione e di esprimerla in pubblico invece di poter riflettere in silenzio –, eppure l’assenza dei riferimenti a quanto sta succedendo a Gaza si è sentita, tanto che quando ho intravisto una ragazza con il kefiah sulle spalle davanti al buffet con i liquori Strega mi sono girata due volte per guardarla, e magari sarà stato indossato senza troppi ragionamenti dietro, ma in condizioni di silenzio e smarrimento ci si aggrappa a tutti i simboli.

I posizionamenti intellettuali rispetto alle guerre e ai fascismi suscitano reazioni prevedibili: sono ideologici, sono narcisisti, sono retorici e scritti male; sono buonisti, sono poco complessi oppure sono doverosi, necessari, imprescindibili. Se avvengono in relazione a una manifestazione culturale di grande risonanza, dalla Buchmesse a Sanremo o a un premio Campiello, rischiano di spostare l’attenzione dalla letteratura, la musica o dai meriti artistici per trasferirsi sul piano della politica; se non avvengono, creano il sospetto di un cortocircuito tra l’impegno manifestato nei propri romanzi e in qualcosa di scritto e una scarsa fibra morale che impedisce di portare quegli argomenti anche nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche.

È facile immaginare la ressa che si crea nella testa di chi deve prendere delle decisioni rispetto ad arte ed etica in momenti di visibilità personale. Anche perché poi non basterebbe dire una volta, ma bisognerebbe dire ogni giorno e in ogni circostanza, presidiare il proprio linguaggio e i propri interventi in modo che abbiano sempre un’attinenza con la realtà. La distrazione è alta, quindi bisogna dire, dire, dire, e come si fa a dire senza svuotare: Riley di Inside Out crescerà, e Wittgenstein incontrerà lungo il cammino.

L’Imbarazzo

Nell’ipotesi di un Inside Out dedicato a Guerra e Psiche, interviene un altro protagonista rappresentato come un ragazzone goffo ed enorme: l’Imbarazzo. È Imbarazzo quello che si attiva in una persona quando si rende conto di non avere gli strumenti per dire quello che vorrebbe dire senza crearsi una voragine attorno, è Imbarazzo quello che prova un interlocutore che si aspetta una dichiarazione contro la guerra che faccia sentire un po’ meglio e meno soli e non lo sente arrivare, mentre Disgusto gli incombe alle spalle. È imbarazzo aver pensato che quella dichiarazione potesse fare tanta differenza, o pensare alle vendite. È Imbarazzo per l’altro e per sé stessi, e per tutto il consesso di emozioni, oggettivamente troppe da gestire e complicate da organizzare nella sincronia di un istante, quando si sente il disfacimento del mondo.

Quando l’emozione dominante dovrebbe essere una sola, chiara e semplice. La si accusa di non produrre nulla e di generare solo disordine e rancore, anche se in realtà ha anche una valenza benigna e sa cambiare il nostro paesaggio interiore creando uno scenario più pulito e forse anche più giusto: è rossa e incontenibile, e si chiama Rabbia.


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