Alla fine al vertice che doveva essere tecnico sulla politica estera ha preso parte anche il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, e dentro la Lega viene vissuta come l’ennesima piccola vittoria. Dopo il botta e risposta tra i leghisti e il ministro degli Esteri azzurro Antonio Tajani sulla sua capacità di gestire la Farnesina, infatti, il meeting sarebbe potuto apparire come una indiretta risposta agli straripamenti di Salvini in un ambito non suo.

Invece la sua presenza in qualità di vicepremier, insieme al ministro della Difesa Guido Crosetto, ha dato la dimensione di come la premier Giorgia Meloni in questa fase punti a raffreddare gli animi. «Escluderlo sarebbe stato peggio», ragiona una fonte di Fratelli d’Italia e anche il ministro Tajani avrebbe convenuto sul rischio di lasciare fuori l’alleato per permettergli poi di fare il controcanto.

Eppure Meloni lo ha fatto ribadito a tutti: la pazienza non è infinita e il momento è grave a livello globale, dunque non c’è spazio per tattiche interne.

I volenterosi

Del resto, la situazione globale è grave e il vertice di governo serviva a preparare l’incontro sulla pace e la sicurezza dell’Ucraina, che sarà oggetto della riunione di giovedì 27 marzo a Parigi dei cosiddetti “volenterosi”, capitanati da Emmanuel Macron e Keir Starmer.

Sul tavolo c’è la possibilità di un intervento militare in favore di Kiev e ormai il tempo delle scelte sembra maturo, per questo Meloni – che era stata scettica sin dall’inizio sul metodo scelto dalla Francia – rischia di trovarsi con le spalle al muro. Maestra di equilibrismo tra Europa e Trump fino ad oggi, messa alle strette su una mossa concreta dovrà scegliere.

Per questo, secondo quanto trapela da palazzo Chigi, l’obiettivo è quello di guadagnare altro tempo. Secondo il comunicato ufficiale, infatti, la linea su cui si è trovata convergenza in maggioranza è «l’impegno alla costruzione, insieme ai partner europei e occidentali e con gli Stati Uniti, di garanzie di sicurezza solide ed efficaci per l’Ucraina che trovino fondamento nel contesto euroatlantico». Tradotto: tenere al centro gli Stati Uniti, che stanno conducendo una trattativa autonoma con la Russia.

E, per guadagnare settimane, Meloni riproporrà ai “volenterosi” la via italiana alla pace: «Un modello che in parte possa ricalcare quanto previsto dall’articolo 5 del Trattato di Washington, ipotesi che sta riscontrando sempre più interesse tra i partner internazionali». Ovvero, costruire un meccanismo di supporto e difesa per l’Ucraina ma senza che formalmente aderisca alla Nato.

Tuttavia, nel caso in cui Regno Unito e Francia spingessero per un invio di truppe in Ucraina, l’Italia si sfilerà dal tavolo. «L’incontro ha inoltre permesso di ribadire che non è prevista alcuna partecipazione nazionale ad una eventuale forza militare sul terreno», è la conclusione, in cui si ricorda anche «un possibile ruolo delle Nazioni Unite» per «il monitoraggio del cessate il fuoco».

Tutto lineare, dunque? In realtà la strategia mediana di Meloni è sempre più pericolosa. Dopo le ultime dichiarazioni di Trump sulla necessità di annettere la Groenlandia e l’aggettivo «parassiti» riferito all’Unione europea, infatti, barcamenarsi tra le due sponde dell’Atlantico rischia di essere impossibile. Senza contare che il 2 aprile si avvicina e dunque la possibile entrata in vigore dei minacciati dazi, senza che la premier sia ancora riuscita a organizzare una nuova sortita alla Casa Bianca.

Anche per questo sul fronte leghista si percepisce una certa soddisfazione. Salvini ha lanciato dei messaggi chiari, contro il riarmo che vorrebbe l’Ue («basta guardare i sondaggi, gli italiani non lo vogliono», fa notare un leghista) e a favore del presidente Trump come principale fautore della pace in Ucraina. Lineare, contro lo zig zag cui è costretta la premier, è la lettura.

Eppure, per ora, Meloni è decisa a non battere i pugni sul tavolo. Meglio rimanere tutti uniti nella speranza che il contesto internazionale si evolva positivamente con una tregua in Ucraina e scampando il pericolo dei dazi, è la speranza di chi tra i meloniani invita a non cedere alle provocazioni leghiste, giustificate con l’imminente congresso del 6 aprile. Facile dirlo per Fratelli d’Italia, meno per gli azzurri e in particolare per Tajani.

La sfiducia a Nordio

Il momento di tensione globale ha contribuito ad abbassare la tensione intorno alla vicenda del rimpatrio del libico Almasri. Alla Camera è andato in scena l’ennesimo capitolo di una vicenda dai contorni ancora nebulosi (anche sulle ragioni della mancata apposizione del segreto di stato), che probabilmente solo il Tribunale penale internazionale e il Tribunale dei ministri potranno chiarire.

Il guardasigilli Carlo Nordio, intanto, si è difeso dalla mozione di sfiducia nei suoi confronti promossa dal Movimento 5 Stelle e rinviata di settimana in settimana a causa dell’affollata agenda parlamentare. La fine scontata: mozione respinta con 215 voti, con Azione fuori dall’aula e disallineata rispetto alle altre opposizioni.

L’occasione, però, è stata ghiotta per il ministro non tanto per rispondere della liberazione di un torturatore libico, quanto per ristabilire la sua narrativa, dopo l’imbarazzo per la sortita del sottosegretario Andrea Delmastro contro la separazione delle carriere. «Le osservazioni dell'opposizione ricordano i libelli dell'inquisizione», ha tuonato il ministro, che ha parlato di «un attacco programmato per evitare la riforma», ma «noi non vacilleremo».

Su questo, almeno per ora, la maggioranza appare solida. Intanto, però, l’Anm ha cercato il sostegno del Colle, rappresentandogli la «sofferenza» delle toghe per i continui attacchi politici subiti dopo ogni sentenza sgradita.

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