Scappato dal Sudan, dopo un passaggio in Libia il 29enne è partito nel 2021 per l’Italia su una barca con altre 170 persone. Respinto a Tripoli, è stato arrestato e torturato. Il tribunale di Roma ha chiesto il rilascio di un visto, accertando la responsabilità del nostro paese anche se non ha effettuato materialmente il soccorso: una decisione che «scardina una prassi delle autorità marittime italiane, che per evitare l’arrivo in Europa spingono i libici a riportare indietro le persone in fuga, anche con violenza», spiega l’avvocato di Asgi
Senza valigie, né zaino in spalla. Solo con la stampa dell’ordinanza del tribunale di Roma stretta tra le mani. Così, senza pesi e con lo sguardo di chi cerca di capire che cosa succederà dopo, A. è arrivato all’aeroporto di Fiumicino, domenica 23 marzo intorno alle 16, dopo aver superato i lunghi controlli che toccano ai pochi che viaggiano senza passaporto o carta d’identità.
«È la prima volta che prende l’aereo», racconta Amr, mediatore culturale che conosce l’arabo e la maggior parte dei suoi dialetti, «Sei stanco?», gli chiede. «Abbastanza. Ma sono felice, vi ringrazio tanto per l’aiuto», risponde A. mentre stringe le mani di tutti e un sorriso pieno gli segna il volto.

Ad aspettare l’arrivo del volo Ita Airways partito all’aeroporto di Mitiga, in Libia, ci sono anche l’avvocato Nicola Datena di Asgi, Associazione degli studi giuridici sull’immigrazione, che con Lucia Gennari, Dario Belluccio e Arturo Salerni ha seguito il caso di A. rendendo possibile il suo arrivo in Italia. Adelaide Massimi di Sciabaca &Oruka, il progetto di Asgi che promuove azioni di contenzioso strategico per la libertà di circolazione. Sarita Fratini e Eleonora di JL Project, il progetto di Mediterranea di contrasto ai respingimenti in Libia. E Alice Basiglini di Baobab Experience, l’associazione di volontari con sede a Roma che rivendica il diritto di ciascun individuo a scegliere il luogo in cui abitare. Che per accogliere A. ha pronta una casa a pochi metri da Piazza Vittorio, nel cuore della Capitale, finalmente un luogo che può dirsi sicuro dopo anni di sofferenze.
La traversata e il respingimento
Scappato nel 2018 dal Sudan, paese che ha conosciuto poco la pace, A. ha provato a rifugiarsi in Libia. Ma ha capito presto che neanche lì avrebbe avuto un futuro, visto il pericolo continuo di torture e prigionia. Così il 12 giugno del 2021 è partito per l’Italia dalla spiaggia di Zuwara, insieme ad altre circa 170 persone, su una piccola imbarcazione in legno che dopo meno di due giorni di navigazione si è fermata.
A. si trovava ancora in acque Sar libiche, ma a sole 6 miglia nautiche dalla zona search & rescue maltese, quando insieme agli altri a bordo dell’imbarcazione ha contattato Alarm Phone, il progetto di volontari che offre supporto a chi si trova in difficoltà in mare.
Alle 2.17 della notte tra il 13 e il 14 giugno, Alarm Phone lancia l’allarme a tutte le autorità nazionali, italiane, maltesi, tunisine e libiche. Il Centro nazionale del Soccorso marittimo italiano (Mrcc) conferma di aver ricevuto la comunicazione e di essere riuscito, con fatica, a contattare il centro di coordinamento congiunto di Tripoli (Jrcc) che assume il coordinamento dell’operazione ma chiede all’Italia, in attesa che una motovedetta della Guardia Costiera libica - la Zawiya - raggiunga l’imbarcazione in difficoltà, di cercare mercantili in zona, in grado di prestare soccorso.
Così la nave Vos Triton, battente bandiera di Gibilterra, di proprietà e gestita dall’ufficio italiano della compagnia olandese Vroon, si avvicina alle 170 persone che aspettano aiuto ormai da dieci ore.
Solo dopo che alcuni naufraghi si gettano in mare iniziano le operazioni di soccorso, durate circa un’ora, mentre Seabird, l’aereo della ong Sea-Watch monitora la situazione dall’alto. Concluso il salvataggio Vos Triton, in contatto con l’Mrcc italiano, inizia la navigazione verso sud.
A bordo sale l’agitazione dei naufraghi che temono di essere riportati in Libia. Vos Triton allora si ferma e attende l’arrivo della motovedetta libica. È solo quando manca poco al suo arrivo che l’Italia comunica a Vos Triton che avrebbe anche potuto dirigersi verso nord, verso l’Europa, qualora la situazione a bordo fosse diventata troppo pericolosa.
Ma è tardi. Zawiya prende i naufraghi per riportarli a Tripoli. All’arrivo in Libia, gli uomini vengono portati nel centro di detenzione di Garian.
la battaglia giudiziaria
A. riesce a scappare, ma la sua libertà dura poco: «Nel corso dei quattro anni che ha trascorso in Libia dopo il respingimento illegale, A. è stato arrestato e detenuto arbitrariamente nei centri di detenzione di Zawiya e di Janzour, dove è stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti e a tortura, come avviene ordinariamente in questi luoghi di detenzione gestiti dalle autorità libiche e dalle milizie», raccontano gli avvocati di Asgi che, grazie alla documentazione prodotta dall’aereo di SeaWatch, da Alarm Phone, e da JL Project - che ha avviato le indagini per riuscire a provare la presenza A. a bordo dell’imbarcazione - sono riusciti a ricostruire la sua storia.
Dopo il primo rifiuto da parte del consolato italiano a Tripoli, gli avvocati di Asgi non si sono fermati. Hanno presentato ricorso al tribunale civile di Roma, chiedendo il rilascio di un visto d’ingresso in Italia per A. per motivi umanitari.
Il tribunale ha accolto la richiesta: «Pur non essendo presenti sulla scena mezzi italiani e benché la Vos Triton batta bandiera di Gibilterra, ha accertato la responsabilità, in via cautelare, del nostro paese. Chiarendo che le autorità italiane hanno avuto un ruolo di supporto sostanziale all’intera operazione, che le ha messe nella posizione di responsabilità di garantire il salvataggio di tutti i naufraghi dal recupero in mare fino allo sbarco in un luogo sicuro, quale la Libia non poteva e non può in nessun caso essere considerato», spiegano ancora gli avvocati di Asgi.
il ritorno in italia
Così domenica 23 marzo A. è atterrato in Italia. Riuscendo a 29 anni a ottenere quello che spetterebbe a tutti gli esseri umani fin dal principio, la possibilità di costruirsi una vita dignitosa in un contesto sicuro.
«L’ordinanza stabilisce un principio importantissimo che scardina una prassi sistematica delle autorità marittime italiane. Che, nonostante abbiano conoscenza e mezzi per intervenire in soccorso dei migranti in pericolo nel Mediterraneo, per evitare il loro arrivo in Europa, favoriscono e spingono le autorità libiche a riportare, anche con la violenza, le persone in fuga in Libia. Questo tipo di intervento, detto “respingimento delegato”, è stato finalmente dichiarato illegittimo dal tribunale di Roma», spiega Datena poco prima di incamminarsi al fianco di A. verso l’uscita dell’aeroporto.
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